Il Lar “Sagrada Fámilia” – La casa dei bambini

Il Lar “Sagrada Fámilia” – La casa dei bambini

L’ “abrigo” è la loro casa, seppur temporanea, incerta e imprevedibile, ma pur sempre casa..ogni volta che noi o un funzionario  usciamo di casa per andare a lavorare entriamo in un’altra casa..quella della “crianças”..

 

Ogni cosa inizia in qualche modo

“…Todas as coisas tem um jeito de começar”

Lar Sagrada Família è una entità filantropica senza scopo di lucro, di Apucarana, una  città nel nord dello Stato del Paraná in Brasile, di carattere sociale, educativo ed assistenziale, che riceve minori vittima di maltrattamenti e in situazione di rischio che sono stati sottratti alle famiglie dal Consiglio Tutelare e inviati dal SAI (FORUM), equivalente al nostro Tribunale dei Minori. Tale entità è amministrata fin dalla sua fondazione (1993) dal gruppo SOMA – Somando Amor pela Infância e Adolescência e si mantiene attraverso contributi pubblici, donazioni di vestiario, alimenti, collaborazioni mensili da parte dei soci appartenenti al Gruppo stesso.

La missione del Lar Sagrada Familia è dar compimento agli articoli 19 e 92 dello Statuto brasiliano  del Bambino e dell’Adolescente [ECA, Estatudo da Criança e do Adolecente) cercando di mantenere e preservare i rapporti del bambino con la famiglia di origine, o favorendo il processo di adozione nei casi in cui non sia possibile. Per questo motivo i minori possono, o meglio dovrebbero, permanere nella struttura per un tempo limitato, fino ad un massimo di 2 anni, anche se vi sono eccezioni..

A questo proposito, il termine “Lar” (casa di permanenza) non è propriamente corretto in tale contesto, meglio l’espressione di “abrigo” o  o servizio di accoglienza [serviço de acolhimento], che anche nel testo della legge brasiliana sottolinea il carattere transitorio della condizione.

La capacità di accoglienza massima dell’abrigo prevista per legge è di 35 minori, con età compresa tra 0 e 12 anni.

Attualmente nel Lar Sagrada Familia sono presenti 23 bambini, la maggior parte dei quali in età scolare. Le famiglie di questi minori sono economicamente disagiate, destrutturate e con vari tipi di dipendenza (alcool, droga, tra cui in particolare il crack).

Ad oggi il Lar Sagrada Familia dispone di 22 persone impiegate: 4 assistenti all’infanzia (2 notturni e 2 diurni), 1 segretaria, 1 ausiliaria di pulizia, 2 di lavanderia, 1 cuoca, 2 guardie notturne, 1 giardiniere. E l’equipe tecnica, composta da 2 assistenti sociali, 2 psicologi, 1 fisioterapista, 1 fonologa, 1 infermiera generica, 3 Suore Oblate di San Giuseppe, di cui una pedagoga.

Vi sono poi volontari che partecipano ai progetti il Progetto “Torno a casa”(Voltando Para Casa) e il Progetto “Racconto la mia storia” [Fazendo Minha História], oltre alle attività ricreative organizzate in settimana e al sabato da volontari della comunità.

Dal 2009 il partner Movimento Sviluppo e Pace invia giovani volontari italiani impegnati nel Servizio Civile Internazionale per favorire e promuovere pratiche e valori in ambito socio-educativo.

Il presente articolo, oltre che a descrivere e raccontare, tenta di dar voce ai personaggi, a coloro che quotidianamente si confrontano con le storie e i bisogni dei minori, compresi noi giovani/volontari in servizio civile internazionale.

A tal fine è stato somministrato un breve questionario ad alcuni funzionari (suore, psicologo, assistente sociale, assistenti all’infanzia, infermiera, segretaria) che evidenzia il fitto intreccio di aspetti, punti di vista, opinioni, del lavoro educativo in un contesto di questo tipo.

 

La routine tipica

“Siccome sono bambini che vivono in un “abrigo”, c’è una routine”, “Como são crianças que moram no “abrigo”, temos uma rotina” sottolinea Suor Valeria, coordinatrice del Lar.

La giornata tipica si svolge secondo una routine piuttosto definita: al mattino il “cafè da manha” (colazione) è seguito dall’uscita, alle ore 7, dei bambini tra i 6-10 anni che frequentano la scuola a tempo pieno; i più piccoli restano con la “cuidadora”, insieme ai ragazzini che vanno a scuola solo in orario pomeridiano. (Vale ricordare che in Brasile la scuola e l’università sono organizzate in tre fasce orarie-mattino, pomeriggio, sera-).

L’educatrice del mattino osserva e “cuida das criancas” (lett. si prende cura dei bambini) nella saletta TV o fuori nel parchetto giochi (“atividades ricreativas”). Pare non ci sia la possibilità di svolgere attività educative più strutturate, il gioco è quasi sempre libero e poco guidato. I ragazzini più grandi aiutano in cucina nella preparazione del pranzo. Alle 11.30 suona la campana: tutti si riuniscono nel refettorio e dopo la recita di una preghiera si “almoça”, i piccoli seduti nei tavoli più bassi, i ragazzini e i funzionari in quelli più alti accanto. I bebè seguono routine e orari propri ma sono comunque presenti nel refettorio durante i pasti, in modo da essere tenuti sotto osservazione. La cura dei bebè avviene da parte di più persone tra loro intercambiabili.

Le suore e l’educatrice somministrano il pasto aiutando e insegnando ai più piccoli le maniere di stare a tavola. Intanto i ragazzini si servono in autonomia, mangiano rapidamente per poi andare a scuola, nonostante accada abbastanza spesso che alcuni di loro si rifiutino avanzando le scuse più varie… La mancanza di motivazione è spesso rafforzata dallo scarso supporto e accompagnamento da parte degli adulti. L’ “abrigo” riceve materiale scolastico sottoforma di donazione volontarie dalla comunità locale, viene prestata attenzione al decoro fisico dell’alunno e della sua divisa scolare. Tuttavia manca un sostegno alla “voglia” ad andare e partecipare a scuola. Purtroppo la questione è un cane che si morde la coda quando dall’altra parte c’è il rifiuto: “Perché devo andare a scuola?”..è la domanda di provocazione e sfida postami da Alexandre. Proprio la scuola è un aspetto dibattuto anche all’interno della stessa equipe: c’è chi sostiene che il lavoro, appunto, non sia sufficiente, con una carente partecipazione alle riunioni con i professori e  ai vari eventi scolastici e una incostanza nel supporto ai compiti, c’è chi sostiene che al contrario siano stati grandi i miglioramenti dopo che Irmã Lane e lo psicologo Gleyson hanno preso in carico la situazione.

Nel primo pomeriggio i bambini che non vanno a scuola fanno un riposino, seguito da attività ricreative libere nel parco o in saletta TV, sotto l’osservazione-controlla della cuidadora del pomeriggio. A volte durante la settimana capita che giungano visite da volontari della comunità, i quali organizzano attività o uscite con i bambini oppure semplicemente portano vestiario, cibo, giocattoli,..Alle 15 c’è la pausa merenda (café da tarde), dopo di che si ritorna in saletta o in giardino fino all’ora del bagno, alle 17. La cuidadora in questo compito  è normalmente aiutata da una suora. Questo, infatti, è forse il momento più confuso della giornata, perché alle 17 rientrano gli altri bimbi da scuola, con energia da sfogare e bagno anche’essi da fare. In ultimi, alle 17,30-18, arrivano i ragazzini che sono stati a scuola al pomeriggio. Da dopo il bagno fino all’ora di cena i bimbi condividono lo stesso spazio della saletta TV (dove si assiste ad un cartone o ad un programma televisivo), o giocano nella della sala-giochi, dove ahimè i giocattoli sono quasi tutti rotti..I ragazzini più grandi vanno e vengono e molto spesso tendono a litigare con i più piccoli. Bisogna evitare di lasciare as crianças in pianto.

Alle 18.30 suona la campanella della cena (janta), che avviene secondo le stesse modalità del pranzo, a differenza della presenza della sola cuidadora del pomeriggio, la quale si trova con diversi compiti  -preparare e dar da mangiare ai bebè, servire la cena,  continuare a badare ai bambini –  da gestire contemporaneamente.

Intorno alle 19 arriva la cuidadora che si fermerà fino alle 7 del mattino seguente. La sera è normalmente un momento di svago, nel refettorio o nella saletta TV; a volte (raramente) la suora addetta al sostegno/rinforzo scolare trattiene alcuni bambini. Di solito vanno a dormire prima i più  piccoli, intorno alle 20.30-21, e dopo gli altri. “Clareza e amor, educação e respeito”, sono le parole usate da Marcela, l’assistente che cuida di notte, in relazione al suo lavoro con as crianças. Bisogna essere chiari e veri, nel bene e nel male, fornire indicazioni ed esempi concreti, dare tanto amore ma restando coerenti.

Raramente sono stata presente in questi momenti serali, le  poche volte osservate erano situazioni caotiche. Di notte un funzionario di guardia vigila sulla sicurezza della struttura.

Nel “fim de semana”, ovvero al sabato e alla domenica, la routine varia in attività: il  sabato è il  giorno ufficiale delle feste e delle attività organizzate da volontari della comunità, alcuni abitudinari (“facce conosciute”), altri sporadici (“facce sempre nuove”), la domenica è il giorno  delle visite ai minori da parte delle loro famiglie. La visita dei familiari ha la durata massima di una ora ed è supervisionata dall’assistente sociale di turno.

È ancora nel week end che si esce per andare al catechismo (per coloro che si preparano a Comunione o Cresima) e per partecipare alla Messa.

La routine scandita da necessità di tipo prevalentemente fisico-materiale (pasti, bagno, controllo integrità, igiene, decoro fisico, materiale scuola,..), la mancanza di tempo e di personale isponibile, la confusione tipica di certi orari, quando tutti i 23 minori condividono lo stesso spazio come al ritorno da scuola o durante l’ora del bagno, creano difficoltà nella proposta e gestione di altri aspetti educativi, meno visibili ma importanti, come l’ascolto, il dialogo, il gioco strutturato, l’espressione della creatività e delle potenzialità individuali (pittura, musica, teatro, danza, lettura..). Occorre tuttavia ricordare che si tratta di bambini con una storia non facile. La stessa routine ruota intorno ad eventi tipici, più o meno costanti, della vita di un bambino, e ad altri meno tipici come potrebbe essere la visita familiare domenicale.

Al centro dell’azione educativa ci deve essere il minore e la sua storia, con le sue duplici necessità, in quanto minore, e in quanto vittima  di una situazione di rischio. Per questo, riferendomi alla mia esperienza, il più delle volte il lavoro con loro è consistito nell’ insegnargli a giocare, a conservare giochi e materiale, a rispettare le regole, prima ancora di proporre un gioco, di qualunque tipo esso sia. Come scriveva Fernand Deligny, educadore e pedagogista belga: “Se arrivi con le tasche piene di giocattoli, in un'ora ne faranno legna da bruciare. Se arrivi con la testa piena di progetti, in tre giorni saranno usati.

E le giornate hanno ventiquattro'ore, le settimane sette giorni, i mesi quattro settimane e gli anni dodici mesi…Se vuoi conoscerli presto falli giocare. Se vuoi insegnargli a vivere lascia i libri da parte. Falli giocare. Se vuoi che acquistino il gusto per il lavoro non incatenarli a ciò che è stabilito.

Falli giocare. Se vuoi fare il tuo mestiere, falli giocare, giocare, giocare”.

E’ a partire da questioni o situazioni reali e concrete, riguardando di fatto i bambini, che si fonda l’azione educativa.

L’ “abrigo”, in secondo aspetto, è la loro casa, seppur temporanea, incerta e imprevedibile, ma pur sempre casa..ogni volta che noi o un funzionario  usciamo di casa per andare a lavorare entriamo in un’altra casa..quella della “crianças”..ciò esige profondo rispetto, cautela, come se dovessimo entrare in punta di piedi, chiedendo permesso..Bisogna quindi pensare che non tutte le attività che proponiamo vengano immediatamente accettate, né avere la presunzione di imporle.

Ora, a distanza di 3 mesi dall’inizio del mio progetto di servizio civile al Lar Sagrada Familia, rispetto ma non sempre condivido il via-vai continuo di funzionari, bambini, volontari, conosciuti o estranei…Considero a volte eccessiva l’apertura dell’ “abrigo” verso l’esterno: ci sono momenti in cui, proprio perché a casa nostra, non abbiamo voglia di ricevere visite, momenti in cui vorremmo stare soli..e abbiamo tutto il diritto, piccoli o grandi che siamo, di chiudere la porta!

Le opinioni su cosa sarebbe meglio fare in queste situazioni, sempre avendo come obiettivo il benessere del minore, divergono all’interno della stessa equipe.

 

Aspetti in evidenza

O que poderiamos destacar?”

Dai questionari distribuiti emergono alcuni aspetti salienti rispetto al lavoro educativo nella Sagrada Familia, in base al punto di vista e alla funzione/ruolo ricoperti.

“Rispetto al mio lavoro di assistente sociale”, sottolinea Eliane, “vedo come importante il chiarimento fatto alle famiglie riguardo all’accoglienza istituzionale del minore, ai diritti e doveri in relazione ai propri figli, agli aspetti legati alla salute del minore e dei genitori stessi…non si può non citare il lavoro con la rete di servizi”. L’attenzione dell’assistente sociale si focalizza sull’intera famiglia del minore, attraverso colloqui e visite domiciliari, intermediazioni per inserimento nel mercato del lavoro e la fruizione della rete dei servizi.

Lo psicologo Gleyson parla dell’importanza di garantire una stabilità emotiva das crianças, dopo aver osservato “l’impatto dell’istituzione sul comportamento affettivo dei bambini e come questi reagiscono alla violenza ricevuta in famiglia”.

Le  educatrici evidenziano le attività con le associazioni esterne (“Atividades com parceria”), ovvero la presenza di volontari per lo svolgimento di attività socio-educative, essendo loro completamente impegnate nell’assistenza alla crianças.

La coordinatrice Suor Valeria enfatizza il lavoro di accompagnamento della famiglia del minore nel recupero delle sue funzioni: “è capitato anche di fare chilometri con la macchina, per raggiungere certe famiglie fuori città…”. Pare che tale “rincorsa” non sia così frequente nelle altre strutture del settore.

 

I punti forti:

“O que foi bom?”

Ludovica e Fabiano estão ajudando bastante, com ajuda das irmãs” (Ludovica e Fabiano ci stanno aiutando molto, con l’aiuto delle suore), commenta la cuidadora che lavora al pomeriggio, inoltre: “… quando chove melhorou muito” […quando piove,migliorò molto].

“Per quanto mi riguarda”, scrive l’assisitente sociale, “lavoro nell’ “abrigo” dal 2007 e Larissa è stata la mia stagista nel 2010/2011, adesso è assistente sociale anche lei qui. Il servizio sociale venne costruito pian piano, essendo la Sagrada Familia una ONG che lavora grazie al supporto di donazioni, non sempre  riusciamo subito o nel modo che vorremmo, ma per me che lavoro in un altro servizio che è governativo, quello che più valorizzo qui è l’autonomia del nostro lavoro, dove tutto è veloce e meno burocratico. Inoltre  (valorizzo) il buon dialogo che abbiamo nella relazione con il FORUM (giudici e equipe di lavoro), dove esiste una relazione di fiducia e rispetto.

Il più grande successo è, secondo lo psicologo Gleyson, quando il bambino ritorna nella sua famiglia: “..ciò significa che la famiglia è riuscita a cambiare il suo atteggiamento, a capire l’importanza di cambiare..sento questo come molto gratificante..”.

“Io vedo l’impegno delle educatrici e dei funzionari verso i bambini” (“vejo o empenho das educadoras e funcionarios perante as crianças”), sottolinea Suor Valeria, la coordinatrice della struttura. “Sono buoni collaboratori, anche se non perfetti, chiaro”, aggiunge lo psicologo Gleyson.

 

Che cosa migliorare

“O que poderia melhorar?”

 “Per me la maggior difficoltà è relativa al numero di funzionari che lavora a contatto diretto con i bambini”, evidenzia l’assistente sociale. Purtroppo il problema che sta alla base è la mancanza di risorse finanziarie (“falta de recursos financiarios”, Suor Valeria), l’instabilità economica che non garantisce una manutenzione costante delle attività e dei progetti, secondo lo psicologo Gleyson).

Quello che potrebbe migliorare è quindi “la formazione dei funzionari esistenti, con obiettivi a breve e lungo termine nel lavoro educativo di ciascuno” (coordinatrice Suor Valeria). “Credo nella formazione continuata dei funzionari e soprattutto dell’equipe tecnica (psicologo, assistente sociale, coordinatrice Suor Valeria), perché è da lì che dipendono comunicazione interna, tra noi, e comunicazione esterna, con i servizi…c’è bisogno di un rafforzamento della rete socio-assistenziale di cui l’ “abrigo” è parte…a volte non c’è una comunicazione diretta tra noi e i servizi, così come la comunicazione interna, tra noi professionisti, è un grande problema (psicologo Gleyson). E ammette, “è una mancanza nostra, di noi dell’equipe tecnica, di programmazione/pianificazione”.

“La comunicazione è ancora scarsa tra i funzionari, abbiamo bisogno di più efficienza”). Per migliorare “devemos ser todos mais unidos – dobbiamo essere tutti più uniti e l’equipe e i funzionari riunirsi di più”, confermano due cuidadoras.

Un’esigenza importante, fondamentale, considerando il carico di lavoro e l’alto livello di stress che l’assunzione di questi ruoli comporta.

Un altro cambiamento auspicabile, aggiunge l’assisitente sociale, è relativo alla mentalità e visione della popolazione su che cos’è un “abrigo”: Forse anche da questo aspetto dipende la difficoltà di mediazione con le famiglie, il duro lavoro di “manejo”, affinchè comprendano e si “affidino” (psicologo).

 

 Per concludere

Dai questionari letti, ma soprattutto da quello che tutti i giorni vivo e osservo nell’ “abrigo”, il lavoro educativo  (e rieducativo) è il prodotto di sforzi, desideri, ambizioni, sogni, motivazioni, vocazioni, di persone e relazioni, grandi e piccoli.

“Gestire” la realtà in una struttura di questo tipo significa accettare l’idea di fare un pezzo di strada assieme ai bambini, sapendo che non tutti arriveranno all’ultima casella del gioco, ma che grazie anche alla nostra capacità di tenere insieme il gruppo, di far “rispettare le regole”, di giocare con loro, qualcuno ci riuscirà (e gli altri potranno rendersi conto che c’è).

Ci sono sogni che vanno rincorsi, ci sono minori che vanno protetti. “Non possiamo lasciare di sognare – Não podemos deixar de sonhar – affinché tutti i nostri sogni si realizzino”, dice la cuidadora Lourdes), e questo vale tanto per i minori quanto per coloro che li accompagnano lungo una parte del loro cammino.

 

Ludovica Bordino,
volontaria in Servizio Civile in Brasile

 

E’ legno, è pietra, è la fine del cammino.
In mezzo alla mia strada
ci sono tante cose che non mi piacciono;
confini, muri, inferriate; molte pietre vi sono ancora.
Pietre… o uova?
E’ la fine della strada, o è una strada nuova?
È la  promessa di vitanel mio cuore

 

“É pau. É pedra. É o fim do caminho”
 No meio do meu caminho tem coisas que não gosto:
cerca,muro, grade, tem muita pedra também
Pedra? Ou ovo?
Fim do caminho ou caminho novo?
“É  promessa de vida no meu coração”