Oggi, 7 settembre 2026, nella Regione dell’Ovest del Camerun, inizia la scuola per i bambini e i ragazzi accompagnati dal progetto di Movimento Sviluppo e Pace.
A Bandjoun e Bafang si aprono le porte degli istituti che li accoglieranno, mentre a Bafoussam procedono ormai a pieno ritmo i percorsi di formazione professionale rivolti alle donne sfollate interne e rifugiate.
Sono azioni diverse, ma nascono dalla stessa convinzione: dopo uno spostamento forzato è necessario poter ritrovare condizioni concrete dalle quali ripartire. La scuola, la formazione, il lavoro, le relazioni e l’appartenenza a una comunità sono parte di questo percorso.
È il cuore del progetto RELINT 2024 – “Rafforzamento delle capacità degli attori locali e della società civile per l’accoglienza delle persone sfollate interne, dei richiedenti asilo e dei rifugiati in Camerun”, realizzato da Movimento Sviluppo e Pace ETS con il finanziamento del Ministero dell’Interno italiano. Il progetto opera nella Regione dell’Ovest, con particolare attenzione alle donne e ai minori interessati dalle conseguenze della crisi delle regioni anglofone del Paese.
Una crisi di cui si parla ancora troppo poco
Dietro questo progetto c’è una crisi che, al di fuori del Camerun, continua a ricevere poca attenzione. Per anni le regioni anglofone del Nord-Ovest e del Sud-Ovest del Camerun sono state attraversate da un grave e cruento conflitto, che ha provocato importanti movimenti di popolazione verso altre aree del Paese. Molte persone hanno cercato sicurezza nella vicina Regione dell’Ovest, dove si concentra l’intervento di MSP. Lo spostamento forzato ha inoltre una dimensione che spesso rimane poco visibile: quella della perdita della propria terra. Per molte famiglie lasciare il luogo di origine non significa soltanto abbandonare una casa, ma separarsi dai campi da cui traevano il proprio sostentamento, dai luoghi ai quali appartenevano e dalle relazioni familiari e comunitarie costruite nel tempo. Significa perdere, o veder diventare incerto, il rapporto con la terra e con i diritti che vi si esercitavano. A questa frattura si aggiungono la perdita del lavoro, l’interruzione della scuola e l’allontanamento da quella rete di persone, luoghi e consuetudini che dava stabilità alla vita. Essere sfollati significa quindi non soltanto dover andare via, ma trovarsi improvvisamente separati dalla terra su cui si era costruita una parte della propria vita e del proprio futuro.
Ed è anche da questa frattura che donne, ragazze e ragazzi provano a ricominciare.
Per le donne, la possibilità di costruire una nuova autonomia
A Bafoussam, presso il centro di formazione professionale IFP MARA, le attività rivolte alle donne sfollate interne e rifugiate sono ormai entrate nel vivo. Le partecipanti, che hanno direttamente subito e assistito alla violenza del confilitto, stanno seguendo percorsi professionali in sartoria, parrucchiera, hôtellerie e informatica applicata alla segreteria. La formazione significa acquisire competenze che possano trasformarsi in opportunità di reddito. Ma significa anche recuperare autonomia, fiducia nelle proprie capacità e possibilità di scelta. Per questo il progetto interviene anche sugli ostacoli più concreti che possono rendere difficile la frequenza: accanto alla formazione vengono garantiti il trasporto, il pranzo e un servizio di baby-sitting, affinché avere figli o trovarsi in una ulteriore situazione economica difficile non significhi automaticamente dover rinunciare a questa opportunità.
Oggi 7 settembre 2026 , inizia la scuola!
Oggi è anche un giorno importante per i bambini e i ragazzi. I minori accompagnati dal progetto iniziano il loro percorso scolastico a Bandjoun e Bafang: a Bandjoun presso il Collège Saint-Joseph de Calasanz dei Padri Piaristi, a Bafang attraverso le strutture educative della Diocesi. Nel suo percorso pluriennale, il progetto prevede di accompagnare complessivamente 400 minori sfollati interni, rifugiati e richiedenti asilo tra i 12 e i 17 anni. Il sostegno comprende le spese scolastiche e il materiale necessario, la possibilità dell’internato per i minori non accompagnati o particolarmente vulnerabili, un primo screening psicofisico seguito da un accompagnamento individuale, attività di integrazione e il supporto alla regolarizzazione della documentazione.
Ma oggi vogliamo soprattutto fermarci sul significato di tornare a scuola. La scuola restituisce un tempo ordinario: una giornata che comincia al mattino, una classe alla quale appartenere, insegnanti e compagni da incontrare, materie da studiare, verifiche da preparare, amicizie da costruire. Dopo l’esperienza dello sfollamento, questa quotidianità ha un valore particolare: significa ritrovare continuità e appartenenza, e poter essere riconosciuti prima di tutto come ragazzi e ragazze, studenti e studentesse, senza essere definiti soltanto dalla condizione di persone sfollate.
Nessuno deve restare solo
Dopo una frattura si può ricominciare. Che l’autonomia può essere ricostruita. Che l’istruzione può riaprire possibilità. Che una comunità può accogliere chi è stato costretto ad abbandonare la propria. Ma raccontano anche qualcosa in cui Movimento Sviluppo e Pace crede profondamente: nessuno dovrebbe essere lasciato solo, soprattutto quando le circostanze della vita lo costringono a ricominciare. Ed è proprio per questo che, intorno alle ragazze, ai ragazzi e alle donne beneficiarie, lavorano insieme scuole, comunità, istituzioni, operatori e organizzazioni della società civile, per costruire una rete capace di non lasciare indietro nessuno.
È da qui che ci impegniamo a proseguire, dai primi passi del cammino verso l’integrazione.